Nel giornalismo c’è chi costruisce una carriera per accumulo e chi, invece, la costruisce attraversando luoghi e storie. Camilla Nata appartiene a questa seconda categoria: il suo racconto nasce dal territorio, dall’osservazione diretta e da una presenza costante, prima ancora che dal volto in video.
Torinese di origine, ha attraversato televisioni locali e grandi programmi del servizio pubblico, mantenendo sempre un legame forte con l’Italia reale. Oggi è giornalista e conduttrice a mezzobusto della TGR Piemonte, punto di riferimento dell’informazione regionale RAI.
Il tuo percorso nasce dal territorio e arriva al servizio pubblico nazionale. Quanto è stato importante “attraversare” luoghi e comunità prima di arrivare alla conduzione in studio?
Il percorso professionale di un giornalista viene fatto stando con i piedi per terra, andando sul campo e quindi incontrando le persone, incontrando i casi, incontrando le situazioni. Lo studio poi ti permette di entrare nelle case di chi ti segue e quindi devi poter aver maturato un rapporto profondo con la conoscenza del territorio per poi poter avere un approccio educato ma sempre schietto e diretto con il pubblico che ti segue da casa. Quindi dal mio punto di vista è difficile rinunciare ad uno dei due aspetti del lavoro.
È importante lo studio per la qualità dell’informazione che porge a chi ti ascolta ma è importante anche uscire dallo studio per incontrare la realtà che si consuma nella vita, per strada, nei luoghi e attraverso e con le persone.

Essere oggi alla guida della TGR Piemonte significa raccontare un’Italia quotidiana, spesso lontana dai riflettori. Qual è, secondo te, la responsabilità più grande di chi fa informazione sul territorio?
L’informazione sul territorio è un’informazione sicuramente di prossimità, nel senso che quando lavori per un circuito nazionale spesso la tua fonte è anche l’agenzia di stampa, mentre invece sul territorio rimane ancora il porta a porta, spesso le fonti, le incontri dei visi e poi le devi preservare. Il giornalismo di territorio è un giornalismo che ha una fortissima connotazione anche di servizio pubblico perché la gente si aspetta di credere a quello che legge sul sito della TgR, che vede nella TgR e ascolta nel GR radio a Piemonte. Spesso andando in giro ancora resiste una profonda fetta di popolazione che ti ripete lo ha detto il TgR, di conseguenza deve essere vero. Ecco quindi abbiamo una grossa responsabilità davanti
Nel tuo lavoro emerge una forte attenzione al racconto della società e del costume. Quanto è cambiato il modo di raccontare le persone rispetto a quando hai iniziato?
Raccontare la società al costume oggi è diverso molto perché sono cambiati gli strumenti. Prima c’era la carta e la penna, adesso c’è il social media che viene utilizzato anche a livello giornalistico, cioè un online che spesso arriva prima ancora del confezionamento del telegiornale o dell’intervista realizzata via Teams o realizzata al telefono. L’online è il primo affaccio sulla notizia. Che caratteristiche ha? Ha una caratteristica di velocità, brevità ed è una sorta di preview, di anteprima. E poi arriva tutto il resto. Quindi oggi rispetto a ieri bisogna sicuramente essere più veloci, ma non a discapito qualità dell’informazione che rimane al centro e l’informazione deve essere sempre verificata.

Sei ambasciatrice della qualità del Made in Italy. Come si racconta l’eccellenza senza trasformarla in slogan?
L’eccellenza, per non diventare slogan, va raccontata attraverso le persone che la fanno. Il made in Italy, che sia esso design, moda, che sia qualità dei prodotti agroalimentari, ha sempre dietro l’ingegno, la mano, il cuore, la passione dell’uomo e della donna.
Quindi per raccontarla bisogna conoscere fino in fondo le storie di questi uomini e di queste donne, le storie familiari, quelle che hanno portato magari a intere generazioni di produttori di pasta, come succede a Gragnano, oppure quello che ha portato generazioni intere ad occuparsi di tessile, come nel caso del biellese, di auto, come nel caso del torinese. Anche eccellenze vere e proprie di arti orafe artigiane, come nel caso della Calabria. Abbiamo meravigliosi esempi sotto gli occhi di queste eccellenze che sono il prodotto di intere famiglie che hanno tramandato di padre in figlio, di nonno a nipote questo metodo di lavoro che è frutto di conoscenza, capacità e di legami profondamente identitari con il territorio di provenienza.
Il tuo impegno a sostegno dei progetti contro la violenza di genere è noto. In che modo il giornalismo può contribuire davvero al cambiamento culturale, senza spettacolarizzare il dolore?
Per non spettacolarizzare il dolore occorre avere averne un profondo rispetto e averne rispetto significa mantenere la giusta distanza senza voler andare troppo a fondo e lasciandosi raccontare ciò che la vittima di violenza di genere si sente di dire. Un altro modo per non spettacolarizzare il dolore è quello di operare come Socrate attraverso la maieutica, cioè di cercare di tirare fuori quello che l’altro non dice, dico altro perché la violenza di genere è nei confronti delle donne, ma anche nei confronti dei minori o degli anziani o dei disabili. Quindi questa capacità maieutica e questo rispetto a vedere il perimetro dell’altro e non andare oltre, unito però alla capacità di saper estrapolare quello che magari non esce per timidezza, per paura, ecco, questo forse doppio elemento permette di non spettacolarizzare il dolore.
Ciò detto chiaramente contro la violenza di genere c’è un solo racconto che è quello del cambiamento del paradigma culturale. Il paradigma culturale si cambia soltanto tirando su e alimentando nuove generazioni capaci di comprendere che la violenza di genere è una aberrazione del genere umano, quindi un genere umano degno di questo nome deve fare della violenza di genere un qualcosa da combattere a oltranza. Non combattere nel senso di combattimento, ma di andare contro, di andare contro per proporre altri modelli, nuovi modelli, modelli diversi. Perché il vero gioco è sempre avere un’alternativa pronta, non andare contro e basta.

Hai lavorato con molti volti storici del giornalismo televisivo italiano. C’è un insegnamento che consideri ancora oggi fondamentale?
L’insegnamento che considero fondamentale sempre è quello di guardare gli occhi con… gli occhi degli altri, naturalmente, con trasparenza, senza velature, senza preconcetti. E poi guardare il mondo con gli occhi del bambino, quindi con quella curiosità spogliata da categorie che la società impone, proprio perché la curiosità del bambino è quella che ti spinge ad andare avanti, a fare le domande, chiedere il perché di tante cose.
E sentiamo i bambini spesso domandare perché fa buio, perché il sole sorge, perché fa male, perché canti. Ecco, questo è un po’ diciamo il carattere distintivo che contraddistingue quella che è la mia ricerca giornalistica, quindi un approccio semplice. E poi un tipo di linguaggio e scrittura adattabili a tutti, che possa arrivare in modo diretto e schietto a chiunque, quindi l’utilizzo di un linguaggio libero da giudizi, sovrastrutture, semplice la notizia e non il commento della notizia.

Guardando al futuro, cosa senti di non aver ancora raccontato?
Guardando al futuro sento di non aver ancora raccontato o di non aver ancora raccontato abbastanza il vasto mondo degli invisibili, i cosiddetti invisibili, coloro i quali non vengono mappati, non vengono segnalati, non chiedono aiuto e quindi occorre andarli a cercare uno ad uno con le loro storie per mettere in luce l’anima e tutto il mondo che si portano dietro. Un mondo vasto che spesso determina un grandissimo vuoto esistenziale e un esempio di questi invisibili è dato dai senza tetto. Torino è una città che è casa per molti di loro perché è configurata con una costruzione architettonica e portici che rappresentano un momento di accoglienza di protezione dalle intemperie, dal freddo.
I portici per molti di questi invisibili sono casa. Poi come loro esistono bambini senza vere e proprie famiglie alle spalle, ospiti di casa e perché magari uno dei due genitori o tutti e due non sono in grado di seguirli perché hanno problemi esistenziali come droga, alcol. Poi c’è tutto il mondo dei problemi, dei disturbi alimentari come l’anoressia e la bulimia di cui sono affetti gli adolescenti.
Loro non sono consapevoli di essere ammalati quindi difficilmente chiedono aiuto, difficilmente quindi sono visibili e anche questo è un mondo che mi piacerebbe un giorno poter raccontare.

