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“Un passo alla volta”, Ferragamo porta le sue radici sul grande schermo

“Un passo alla volta”, Ferragamo porta le sue radici sul grande schermo

Venezia 83, Ferragamo tra cinema, moda e memoria

Martina Ferragamo ha portato a Venezia un cognome che appartiene alla storia della moda e un progetto che nasce da una domanda personale: come raccogliere un’eredità importante senza rinunciare alla propria identità. Il 9 settembre 2026, durante l’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica, il Teatro La Fenice ha ospitato l’anteprima di “Un passo alla volta”, il cortometraggio scritto dall’attrice insieme a Simone Coppo, che ne firma la regia. Presentato da Ferragamo e prodotto da Image Hunters, il film intreccia memoria familiare, cinema e libertà di scelta. Accanto alla protagonista recitano Margherita Buy, Francesco Colella e Francesco Centorame. Per Martina, la presentazione ha segnato il momento in cui un lavoro intimo, costruito attraverso ricerca e confronto, ha incontrato il pubblico. «Sono felicissima di poter finalmente condividere questa storia», ha raccontato. Al centro ci sono Salvatore Ferragamo e Wanda Miletti Ferragamo, ma lo sguardo appartiene a una giovane donna che ha scelto la recitazione e ora si confronta con le persone che hanno reso possibile il suo presente. 

La première alla Fenice, tra cinema e moda

La proiezione ha trovato spazio in una serata di gala su invito, inserita negli appuntamenti veneziani durante la Mostra. A condurre l’incontro è stato Gianni Canova, critico cinematografico e docente. La Fenice ha accolto un pubblico che riuniva cinema, moda e cultura, coerente con una storia nella quale questi ambiti si incontrano fin dalle origini. 

Tra gli ospiti figuravano la costumista Sandy Powell, Francesca Ragazzi, Head of Editorial Content di Vogue Italia, le attrici Greta Scarano e Anna Valle e Tiziana Rocca. Le immagini della presentazione hanno documentato sul palco Simone Coppo, Francesco Centorame, Gianni Canova e Martina Ferragamo. Una cornice mondana che ha accompagnato il confronto sul film, sulla sua nascita e sul rapporto tra esperienza personale e racconto cinematografico. 

La presenza di una costumista come Powell e di protagoniste dell’editoria di moda ha dato alla serata una dimensione coerente con il progetto. Nel mondo Ferragamo, l’abito e la calzatura partecipano alla costruzione del personaggio. Sullo schermo definiscono un’epoca, un gesto, un modo di stare davanti agli altri. Nella vita privata conservano ricordi e diventano parte della storia di chi li indossa.

Martina interpreta Martina, e poi Wanda

“Un passo alla volta” adotta una struttura che mette in dialogo la vita della protagonista e la finzione. Martina interpreta un’attrice chiamata sul set di un film dedicato alla propria famiglia. Mentre le riprese procedono, i ricordi entrano nel presente e la distanza tra la persona e il personaggio si riduce. Il set diventa il luogo del confronto con le proprie origini. A rendere il passaggio ancora più personale è il ruolo di Wanda, affidato alla nipote. 

Il cast accompagna questo incontro fra tempi e identità. Margherita Buy interpreta la regista del film dentro il film. Francesco Colella veste i panni di Claudio e Matteo, Francesco Centorame quelli di Salvatore. Martina compare nei ruoli di Martina e Wanda. Il dispositivo narrativo permette al cortometraggio di attraversare la storia Ferragamo attraverso una prospettiva contemporanea, concentrata sulle aspettative, sul talento e sulla responsabilità delle scelte. 

Il nucleo cinematografico del progetto sta in questa sovrapposizione. Interpretare una persona di famiglia richiede di avvicinarsi e, nello stesso tempo, di trovare una distanza. Un ricordo affettuoso non coincide automaticamente con un personaggio. La scrittura condivisa di Coppo e Ferragamo affronta proprio il passaggio dall’esperienza privata a una storia capace di coinvolgere anche chi non conosce quelle vicende. È un tema che i due autori hanno approfondito nell’intervista a Hot Corn durante la Mostra. 

Wanda, una donna prima di un’icona

Il film dedica attenzione a Wanda Miletti Ferragamo, alla sua forza e alla decisione di proseguire il lavoro del marito. Per interpretarla, Martina ha cercato una relazione diversa da quella che aveva conosciuto come nipote. «Ho cercato di incontrarla prima di tutto come donna», ha spiegato a Vogue Italia. L’obiettivo era comprenderne l’umanità, le scelte, il dolore e la fede. La definisce «un esempio italiano straordinario di emancipazione femminile». 

Dopo la morte di Salvatore, nel 1960, Wanda dovette affrontare il lutto, crescere sei figli e assumere la responsabilità dell’azienda. Nelle interviste sul cortometraggio, Martina ricorda anche i circa 700 dipendenti che facevano affidamento su quel progetto. Il racconto riporta così l’attenzione su una protagonista della moda italiana la cui visione imprenditoriale merita uno spazio autonomo rispetto alla celebrità del fondatore. 

La storia documentata dal Museo Ferragamo restituisce la concretezza del suo lavoro. Wanda seguiva lo sviluppo dei prodotti, studiava i mercati, valutava le sedi dei negozi e curava la formazione degli addetti alle vendite. Con il contributo dei figli e dei collaboratori, accompagnò l’espansione dell’impresa verso nuovi settori. Dietro il prestigio del marchio c’erano decisioni quotidiane, organizzazione e attenzione alle persone. 

Coppo ha sintetizzato il legame fra Salvatore e Wanda con una definizione: «Una favola modernissima». Nelle sue riflessioni sul film, il regista ha sottolineato quanto il ricordo del talento di Salvatore rischi di lasciare in secondo piano il ruolo della moglie. Il cortometraggio recupera questa parte della storia e la affida allo sguardo di una nuova generazione. 

I ricordi che restano

Il rapporto fra Martina e Wanda emerge anche attraverso un episodio raccontato a CorriereTv. La nonna aveva fatto realizzare per i nipoti piccole bambole d’argento con un peso alla base, capaci di oscillare e tornare nella posizione iniziale. Era un modo concreto per trasmettere un insegnamento: «L’importante è tornare sempre in asse, l’equilibrio è fondamentale». Martina conserva quel ricordo come un’indicazione da applicare alle proprie scelte. 

È un dettaglio che avvicina Wanda al lettore. Prima dell’imprenditrice, appare una nonna che cerca un oggetto adatto a spiegare ai bambini qualcosa della vita. Il valore della memoria familiare passa anche da qui, da un regalo, da una conversazione, da un consiglio che acquista significato con gli anni.

Martina ha conosciuto la storia della famiglia attraverso i racconti del padre, degli zii e della nonna. La notorietà del cognome le si è manifestata presto, già alle elementari, attraverso le domande degli altri. Oggi quella consapevolezza entra nel suo lavoro, insieme al desiderio di dare una direzione personale a ciò che ha ricevuto. A D di Repubblica ha affidato una frase che si ripete spesso: «Non avere fretta e non perdere tempo». È anche una chiave per leggere il titolo del cortometraggio, che invita a rispettare i tempi della crescita senza sottrarsi alle decisioni.

Da Hollywood a Venezia

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La presentazione veneziana ha riportato Ferragamo dentro un rapporto con il cinema che risale agli inizi del Novecento. Salvatore emigrò negli Stati Uniti nel 1915 e nel 1923 aprì il suo negozio a Hollywood, di fronte al Grauman’s Egyptian Theatre. Il lavoro per le produzioni cinematografiche e per i loro protagonisti contribuì alla sua affermazione. Le sue creazioni accompagnavano film, spettacoli teatrali e balletto, unendo ricerca estetica e conoscenza della calzata.

Nel cortometraggio questo legame diventa il punto di partenza per una riflessione sull’eredità. Il racconto richiama anche “Il re dei re” di Cecil B. DeMille e il lavoro di Salvatore per Hollywood. A distanza di generazioni, Martina torna al cinema da attrice, scegliendo un mestiere che appartiene alle origini del nome Ferragamo e, insieme, al proprio desiderio. 

Centorame, che interpreta Salvatore, ha individuato nel progetto una lezione precisa: «Ho imparato la cura verso i dettagli». Una dichiarazione che collega il lavoro sul set alla cultura artigianale evocata dal film. La precisione di un gesto e l’attenzione a un particolare partecipano alla credibilità di un personaggio, come alla qualità di un oggetto. 

Il rosso sul tappeto, il bianco all’arrivo

La moda ha accompagnato il debutto veneziano di Martina anche attraverso le sue scelte di guardaroba. Sul red carpet l’attrice ha indossato Ferragamo: un abito rosso lungo, fluido, con linee sinuose e uno scollo morbido, accostato a gioielli essenziali. Per l’arrivo al Lido aveva scelto invece un completo bianco della Pre Fall 2026 disegnata da Maximilian Davis, con pantaloni balloon, blusa a maniche corte e scollo a V, due laccetti neri in vita, scarpe e borsa color panna. 

Due look che hanno accompagnato momenti diversi della giornata e hanno reso visibile il rapporto fra la protagonista e la maison. Nel contesto di questo progetto, vestire Ferragamo ha assunto un significato personale: il marchio coincide con una parte della sua storia, mentre il cinema le offre gli strumenti per raccontarla.

Un percorso da attrice

Ventotto anni, una laurea in Psicologia a Londra e un’esperienza di formazione e lavoro a New York, Martina ha costruito il proprio percorso prima di arrivare a questo ruolo. Vive a Roma, ha debuttato Off-Broadway come protagonista di “Sunbreak”, ha recitato nel cortometraggio “EH”, diretto da Coppo, e ha concluso le riprese della seconda stagione di “Libera”, con la regia di Gianluca Mazzella. 

“Un passo alla volta” rappresenta dunque un incontro fra il lavoro scelto e la storia ricevuta. Alla Fenice, la dimensione glamour della première ha accompagnato un racconto fatto di responsabilità e affetti. Martina ha dato un volto alla nonna e ha condiviso il proprio confronto con quel passato. Il cinema le ha permesso di trasformare i ricordi in un personaggio, lasciando emergere, dietro il nome Ferragamo, la vita di una donna che dovette imparare a guidare un’azienda mentre ricostruiva il proprio futuro.

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